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Sant' Ignazio di Antiochia,

vescovo e martire
(
ucciso a Roma nell’anno 107 -110 d.C. circa )

 

Antiochia di Siria, terza città per grandezza del mondo antico mediterraneo, fu evangelizzata dallo stesso San Pietro che ne fu quindi  il primo vescovo. Il secondo fu Evodio e il terzo vescovo fu Ignazio. Ma nella persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’Imperatore Traiano ( 98 - 117 ), Ignazio fu imprigionato e condannato ad bestias.

Durante il viaggio da Antiochia a Roma  scrisse sette lettere alle chiese che incontrava sul suo cammino o vicino ad esso. Esse ci sono rimaste e sono una testimonianza unica della vita della chiesa dell'inizio del II secolo.

Durante il viaggio, a Troade, scrisse tre lettere: la prima è ai Romani. Avendo saputo che i cristiani di Roma cercavano di farlo liberare, li supplica di non impedire il suo martirio, inteso come desiderio di ripercorrere la vita e la passione di Gesù.

 

 

 

Dalla “Lettera ai Romani”

 


Non voglio solo chiamarmi cristiano, ma esserlo realmente
Chiedete per me soltanto la forza esterna ed interna perché io sia deciso non solo nel parlare, ma anche nel volere, perché non solo sia detto cristiano, ma sia anche trovato tale.

Se tale sarò trovato, potrò essere chiamato cristiano e quando il mondo non mi vedrà più, allora sarò un vero fedele.

Niente di quel che si vede ha valore.

Il nostro Dio Gesù Cristo, ora che è tornato al Padre, si manifesta di più.

Dinanzi alle persecuzioni del mondo il cristianesimo non si sostiene con parole dell'umana sapienza, ma con la forza di Dio.
Scrivo a tutte le chiese, e a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza che sarebbe inopportuna.

Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi è dato di raggiungere Dio.

Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Sollecitate piuttosto le fiere perché diventino mio sepolcro e non lascino nulla del mio corpo, e nel mio ultimo sonno io non sia di incomodo a nessuno.

Quando il mondo non vedrà più il mio corpo, allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per Dio.
Io non vi do ordini, come Pietro e Paolo.

Essi erano apostoli, io sono un condannato; essi erano liberi, io finora non sono che uno schiavo. Ma se soffrirò il martirio, diventerò un liberto di Gesù Cristo e in lui risorgerò libero.

Ora, in catene, imparo a rinunziare ad ogni desiderio.
Dalla Siria fino a Roma, per terra e per mare, giorno e notte, lotto con le belve, legato a dieci leopardi, cioè al manipolo dei soldati di scorta.

Più faccio loro del bene, e più mi maltrattano. Però con i loro oltraggi faccio profitto sempre più nella scuola di Cristo, ma non per questo sono giustificato.

Oh, quando avrò la gioia di trovarmi di fronte alle belve preparate per me!

Mi auguro che siano pronte a gettarsi sul mio corpo.

Io le solleciterò perché mi divorino in un momento e non facciano come fecero con alcuni, che ebbero paura di toccare. Se poi si ostinassero nel loro rifiuto, le costringerò con la forza.
Perdonatemi, io so quello che va bene per me.

Ora incomincio ad essere un vero discepolo.

Nessuna delle cose visibili o invisibili mi trattenga dal raggiungere Gesù Cristo.

Fuoco e croce, branchi di bestie feroci, lacerazioni, squartamenti, slogature delle ossa, taglio delle membra, stritolamento di tutto il corpo, i più crudeli tormenti del diavolo ben vengano tutti su di me, purché io possa raggiungere Gesù Cristo.